Prefazione di Dario Bellezza.


Quando la poesia è preghiera

L'esperienza poetica di Marilisa Marchiorello è profonda, a volte dura,
nella sua intimità, ed è ben compendiata da questi versi:

"Da sempre, galoppavo
per le lande dell'anima,
sfrenata senza intermittenza.
Qualche rallentamento,
neppure vere soste però.
Sempre in sella mai ferma,
come minimo, giri su me stessa,
in groppa al mio ippogrifo
con le ali battenti
dall'occhio fedele".


Marilisa Marchiorello ha ragione. Oggi scrivere versi è snidare l'anima, insistendo, senza stancarsi. È unire favola e reale; è montare l'ippogrifo, soprattutto nella deriva del millennio che fugge.

Scrivere versi, ordinare parole sulla pagina bianca, alle soglie del duemila, è un'azione spirituale. Ormai il mondo si occupa di ben altro, bada al danaro, rincorre il successo, indossa eleganti maschere, poco importa se dietro c'è il vuoto. Lo spirito è relegato in cassetti ermeticamente chiusi, dunque, fare versi vuol dire forzare questi cassetti. I versi di Marilisa Marchiorello sono, invece, un esercizio spirituale, proprio perché sono rivolti contro il piattume e l'aquiescenza quotidiana.

Queste poesie sono lasciate sulla pagina come indicazioni, come rituali, come preghiere, da usare, volendo.

La poesia della Marchiorello diviene così sutura tra passato e futuro, attraversando l'inevitabile presente:

"Rincorri parole
nel vento ridente,
d'atomi spersi
d'attesa e di sogni:
per continuare, a cercare".


La limpidezza, la purezza, la cristallinità del dettato poetico di Marilisa Marchiorello non devono però trarre in inganno. Il fatto che questi versi scorrano via come placidi e puliti ruscelli di montagna, non ci deve fuorviare. Queste liriche sono frutto di due profondi e rigorosi esercizi: il guardarsi dentro e il guardare fuori.

prosegue...